martedì 13 giugno 2017

La sindrome della lampadina bruciata

I sogni sono un argomento piuttosto complesso. E per quante spiegazioni scientifiche e meno scientifiche si possano dare al mondo onirico, essi permangono ad avere un certo alone di mistero, causano fascinazione, nel loro ruolo di trait d'union tra mondo reale e mondo fantastico.



Sui sogni avrò di che parlare in futuro, anche parecchio (e se nel frattempo riprendessi a ricordarmene qualcuno non guasterebbe), ma ciò di cui parlo oggi è relativo ad un fenomeno che accade il giorno successivo ad un sogno. Qualunque esso sia. O almeno credo.

La sindrome della lampadina bruciata non la troverete nei trattati di medicina, perché è un nome che ho affibbiato io alla cosa. Vi è mai capitato, durante il giorno, di afferrare per un momento un'idea, un concetto, un filone di pensiero, che nello stesso istante in cui viene portato all'attenzione cosciente svanisce nel nulla più totale, lasciandovi a cercare a tentoni qualcosa nel buio, qualcosa che non è nemmeno più lì?
Personalmente mi è accaduto spesso, e ho incontrato diverse persone che alla descrizione rispondono che si, ne hanno fatto esperienza anch'essi. O forse mentono. In fondo le persone tendono a ricordare cose che non sono nemmeno accadute. Però il nome mi è sempre piaciuto, l'ho trovato particolarmente azzeccato: il ricordo autodisintegrante del sogno è lì, vividissimo per un solo istante, come una vecchia lampadina a filamento che venga accesa, ma subito dopo scompare: il filamento salta e la lampadina si fulmina, lasciando sulla nostra retina un'immagine residua lesta a scomparire anch'essa.



In quel momento la sensazione principe è di sorpresa, mista a sconcerto. Come aver aperto un barattolo e averlo visto pieno, ma dopo aver sbattuto le palpebre lo vediamo completamente vuoto, e avremmo potuto giurare di aver sentito il profumo dei biscotti che conteneva.
Non importa quanto ci si sforzi a risalire nei propri pensieri: la lampadina è bruciata, il filamento è interrotto. Nulla ci porterà dal pensiero attuale a quella memoria che avevamo fugacemente rievocato.

Chissà se all'interno di quel complesso macchinario che è il nostro cervello il meccanismo funziona in modo simile. Magari il ricordo è nascosto in una zona della mente servita -per così dire- da pochi neuroni, i quali, sollecitati improvvisamente, interrompono il collegamento causando la cancellazione di quei "dati".

Come amo ribadire, non sono uno scienziato. Ma la lampadina bruciata esiste, ne ho fatto esperienza e tutto sommato la trovo interessante. Mi lascia giusto un po' triste essere cosciente di tutte quelle memorie sognate e perdute per sempre, ma questo, in fondo, è un altro paio di maniche.

giovedì 8 giugno 2017

Magari siamo soli nell'universo.

Una di quelle verità alle quali molti tendono a credere praticamente per fede, è che vi siano altre razze intelligenti nell'universo. Il ragionamento procede più o meno così: l'universo è così grande che vuoi non ci sia nessun'altro? E ammetto che, fino a qualche anno fa, era esattamente il modo in cui la vedevo io.

Questa mia fede nella comunità intergalattica ha però subìto una sua brusca battuta d'arresto nel momento in cui ho saputo del Paradosso di Fermi. Cercherò di riportarlo in brevissimo (ma leggetevelo perché è assai interessante): stante la quantità incommensurabile di sistemi solari e di pianeti potenzialmente adatti alla vita, anche ipotizzando un numero estremamente basso di civiltà avanzate quanto o più della nostra in questi sistemi e pianeti, nella nostra zona di ascolto dovrebbe comunque esserci abbastanza casino da non lasciare dubbi. Invece, c'è un certo silenzio.



Una delle spiegazioni che viene fornita per questo Paradosso è quella del Grande Filtro: qualcosa impedisce alle civiltà di evolversi, o almeno di farlo abbastanza da poter rendere la loro presenza manifesta alle altre. Ora, il punto è che questo Grande Filtro, se esiste, esercita o eserciterà la sua influenza anche sulla razza umana. Di conseguenza, le possibilità che si pongono davanti a noi sono:
1) Siamo arrivati al nostro stadio tecnologico prima di chiunque altro nell'universo. Questo potrebbe anche voler dire che non c'è alcun filtro e che tutti prima o poi ci raggiungeranno, e formeremo la comunità intergalattica di cui parlavo (sono inguaribilmente ottimista e, soprattutto, Trekker). Sarebbe però piuttosto ingenuo ritenere questa evenienza la più probabile, perché il nostro sole ed il nostro pianeta sono incredibilmente giovani rispetto ad altri, e la nostra razza prospera su questo pallido puntino blu da quelli che, in termini cosmici, sono pochi minuti.

2) Il nostro stadio di sviluppo è incredibilmente raro. Il Grande Filtro esiste, lo abbiamo superato noi e pochissimi altri, e quindi nelle vastità del cazzo che ce ne freg dell'universo non siamo ancora riusciti a trovarci reciprocamente.

Anche questo però si scontra con la dura realtà dei fatti: siamo dei neonati cosmici, dovremmo ammettere che lo siano più o meno anche gli altri, o in alternativa che siano davvero pochissimi, così distanti che non riusciamo a vedere nemmeno le superciviltà avanti di milioni di anni rispetto a noi.

3) Il Grande Filtro è davanti a noi. Non una bella prospettiva. Tutte le razze che ci hanno preceduto sono riuscite in qualche modo ad arrivare dove siamo noi adesso, ma successivamente sono state distrutte - si sono autodistrutte - si sono estinte. Spiegherebbe perché non abbiamo notizie dei nostri vicini galattici.

È d'uopo fare alcune considerazioni su questi tre punti, che comunque rimangono solo speculazioni sulla base di ipotesi e di praticamente nessun dato scientifico (al massimo sulla assenza di dati scientifici, appunto). Riguardo il punto 1, magari siamo gli unici ad aver sviluppato un interesse per l'esplorazione degli spazi al di là del nostro pianeta, e/o siamo gli unici ad utilizzare le onde radio per comunicare. Ci sono altre civiltà là fuori, ma sono confinate nei loro sistemi o semplicemente parlano utilizzando metodi che non riusciamo a captare. Riguardo il punto 2, a pensarci bene sull'unico campione di civiltà cosmiche che conosciamo (soltanto una, la nostra), abbiamo già un esempio di "razza evolutasi fortuitamente": se un asteroide non avesse spazzato via i dinosauri, molto probabilmente l'uomo non sarebbe mai esistito. E aggiungo: dato che ne è arrivato uno, se un asteroide fosse arrivato durante l'era dell'uomo, forse ci saremmo estinti. Vero è che questo potrebbe rappresentare una seria minaccia al nostro pianeta anche oggi, e se ci fermiamo a riflettere l'argomento diventa piuttosto curioso: grazie allo stadio tecnologico che abbiamo raggiunto, siamo ipoteticamente in grado di salvare il nostro pianeta da un evento apocalittico come l'impatto di un meteorite. Ma se già dicevamo di essere dei neonati galattici, cosa dire delle nostre difese tecnologiche, che sono spuntate solo nell'ultimo secolo della nostra Storia? Forse siamo stati solo fortunati, e non ci sono altre razze nell'universo che abbiano goduto di ere sufficientemente stabili da evolvere le proprie difese contro le grandi catastrofi.

E arriviamo al punto 3. Quello che la statistica dovrebbe suggerirci essere il più probabile. Cosa ha distrutto altri e potrebbe distruggere anche noi? Faremo tutto da soli (e le armi nucleari dimostrano che potremmo benissimo se solo fossimo così stupidi da volerlo fare sul serio)? Ci sono pericoli così rari o invisibili per i quali non svilupperemo mai né teorie né difese? La speculazione diventa eccessiva ed è difficile spingersi oltre. Soltanto in un futuro ad oggi remoto, se continuiamo sulla strada dell'esplorazione, potremo avere queste risposte. Finora non abbiamo trovato nemmeno dei rottami alieni e quindi, nonostante tutto, il punto 3 potrebbe essere errato.

O magari, davvero, per una serie di ragioni che attraversano tutti e tre i punti... siamo soli nell'universo. Tetra prospettiva, ma almeno sappiamo di doverci dar da fare a colonizzarlo.

domenica 4 giugno 2017

La Terra potrebbe pure essere cava, per quanto ne sappiamo.

Qualche giorno fa, tutto il rumore attorno alla foto che mostra tutta l'acqua del mondo racchiusa in una goccia gigante ha finito per farmi tornare in mente una roba che stranamente è sconosciuta a molti. Una meno nota sfida tra USA e gli URSS negli anni '50 e '60 che vide trionfare i sovietici: le due superpotenze gareggiarono per raggiungere la perforazione più profonda della crosta terrestre, così da studiarne la composizione e testare le teorie dei geologi.



Il record di perforazione fu stabilito dai russi nella penisola di Kola: lo scavo (denominato Kola Superdeep Borehole), che fu portato avanti fino al 1994, raggiunse in uno dei suoi punti una profondità di 12.261 metri. E, se questo risultato vi sembra impressionante (parliamo di circa uno virgola trentacinque monti Everest - anche se nel verso opposto -), forse dovremmo mettere le cose in prospettiva. Tipo che il diametro della Terra è di 12.742.

Chilometri.

Esattamente: lo scavo più profondo che l'uomo sia mai riuscito ad effettuare sul suo pianeta è mille volte inferiore al suo diametro complessivo, ragion per cui tutto ciò che sappiamo su quel che si trova oltre i dodici chilometri sotto i nostri piedi è pura ipotesi. Se ogni volta che mandiamo sonde sempre più vicine ai pianeti di questo sistema solare dobbiamo rivedere le nostre teorie a riguardo, lo stesso può dirsi della nostra Terra nel momento in cui andiamo a guardarla sempre più dall'interno. Già durante gli scavi del Superdeep Borehole ci si rese conto che, anche se variamente teorizzata, la transizione da rocce granitiche a basaltiche - che avrebbe dovuto trovarsi tra i tre ed i sei chilometri di profondità - non c'era. Un intero strato della crosta terrestre, immaginato, teorizzato, studiato, semplicemente non era mai esistito.

(Foto di Linda Paul su Flickr CC BY-ND 2.0)
Ma non solo: tracce di fossili organici furono trovate in profondità, all'interno di rocce vecchie di due milioni di anni, intatte nonostante pressione e temperatura proibitive. Temperatura, per l'appunto, che oltre una certa profondità cominciava a rivelarsi molto più alta di quanto ci si attendesse. E come se non bastasse, durante gli scavi venne rinvenuta dell'acqua dove non avrebbe dovuto esservene, almeno non in forma liquida.

Ovviamente, che già il primo millesimo interno del nostro pianeta ci abbia riservato tante sorprese, non vuol dire automaticamente che le storielle sulla terra cava siano vere. Ma di certo, se uno spazio così relativamente limitato ha rimesso in discussione molte teorie, chissà cos'altro si potrebbe scoprire, se solo ci fossero i mezzi per superare il record dei russi. Negli anni novanta gli scavi a Kola si fermarono perché temperature e cambiamento nelle caratteristiche delle rocce resero impossibile proseguire oltre: e là nel punto in cui ci si spinse dove nessun uomo aveva mai scavato prima, restano oggi solamente delle affascinanti rovine.



(Foto di Bigest CC BY-SA 3.0)


(Foto di Rakoti3 CC BY-SA 3.0)