Mi rendo conto che come primo titolo avrei potuto scegliere qualcosa di più originale, ma se un pregio possiamo trovargli, è che vi ha subito fatto intuire di cosa stiamo parlando. E, se non ve l'ha fatto capire, ci sono discrete probabilità che facciate parte della schiera summenzionata.
Tuttavia non metterò il cappello su una fin-troppo-trita caccia alle streghe al contrario, in cui ciecamente si decide di dare addosso a chi alle streghe dà la caccia sul serio. E per una ragione semplicissima: in fondo non è colpa loro.
Rifacciamoci a quelle di Eco che ormai rifulgono come parole guida, il mantra a cui affidarsi quando la querelle sugli argomenti scottanti si fa troppo stupida per essere tollerata: I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività.
Vero, verissimo. Purtroppo però Eco non è più tra noi e non possiamo chiedere il suo aiuto nel volere sviscerare un po' più a fondo la questione. Perché potremmo guardare la cosa da un'altra prospettiva e cercare di scagionare gli imbecilli dalle accuse: non di essere imbecilli, beninteso, mi riferisco alle accuse di danneggiare la collettività. In fondo cos'è, o meglio, chi è la collettività? Non ne fanno parte forse anche gli imbecilli? E se sono così tanti, non hanno forse diritto di parola e di rappresentanza nella collettività?
A questo punto potrebbe essere interessante considerare l'altra prospettiva cui accennavo: l'imbecille di oggi è tremendamente più difficile da silenziare dell'imbecille di ieri, e non perché trovi forza nel numero dei suoi simili (o non soltanto per questo), bensì in quanto i problemi che oggi gli vengono sbattuti in faccia dai nuovi media sono giganti: complesse questioni geopolitiche, economiche, scientifiche, intrecciate in una matassa nella quale pare non trovarsi neanche l'ombra di un bandolo.
Qui sta il grande demerito dei social, e dico dei social e non della Rete in senso più ampio: la Rete è nata riunendo le persone per argomenti, riflettendo quelle che nel mondo reale sono aggregazioni per interessi. Amicizie, collaborazioni e scambio di idee, velocizzate dal mezzo informatico, dipinsero (e mi si perdoni l'uso del passato remoto, ma in ambito web le ere geologiche durano pochi mesi, figuriamoci i lustri) Internet come la panacea a tutti i mali della società umana. Ma poi vennero i social, che, distruggendo il tessuto di interazione precedente, hanno trasformato tutto in un'immensa piazza virtuale. Piazza dove è possibile farsi udire e leggere da persone che, in altre situazioni, mai e poi mai vorrebbero ascoltare certe parole, frequentare certi individui, perdere il proprio tempo nel confutarne le idee assurde.
Ma l'imbecille non ha colpa: in Internet ci è stato trascinato. Senza il progresso tecnologico e la diffusione di mezzi di connessione sempre più semplici e alla sua portata, non ci sarebbe mai arrivato da solo. E se prima il problema, poniamo, "migranti", lo focalizzava dall'obiettivo del proprio paesello / quartiere / zona, adesso improvvisamente si sente minacciato da un qualcosa di estremamente più vasto della sua area di appartenenza, proprio perché considerato nel suo complesso e non più filtrato.
Paragonare il suo vissuto quotidiano a problematiche tanto vaste, che sotto molti aspetti soltanto gli esperti dei relativi campi comprendono appieno, gli causa la proverbiale perdita della bussola. Ecco che allora egli ricercherà subito una soluzione per fuggire da questa spaventosa minaccia cognitiva. E, d'improvviso, l'idea che qualcuno sappia ma gli nasconda la verità appare appetibile, perché consente di tramutare la paura in indignazione e poi in rabbia, di sentirsi "in moto" e non "impotenti" di fronte a ciò che accade (o che si pensa che stia accadendo). Ovviamente non mi riferisco a chi su questo "istinto dell'imbecille" cerca di tirar su dei soldi. In quel caso abbiamo una categoria completamente diversa di imbecilli, con il termine utilizzato in accezioni molto diverse e certamente dispregiative. Ma forse sarà materiale per un post futuro.
Sarà quindi il momento di tirare fuori qualche asciutta conclusione. Che fare dunque, per aiutare gli imbecilli?
Togliere loro voce ne aumenterebbe la paura e quindi la ricerca di soluzioni facili e istintive. Rassicurarli costantemente equivarrebbe a trovare un esercito di Gran Maestri della Metafora e della Sintesi, in grado di convogliare in non più di tre frasi analogie che spieghino secoli di sapere umano.
Se fosse possibile spezzettare di nuovo la Rete in tanti gruppi eterogenei basati sul forte collante di substrati culturali comuni, forse il problema imbecilli potrebbe essere superato. Ognuno di loro troverebbe il suo bar virtuale in cui sfogarsi. Purtroppo Internet sembra aver preso una direzione diversa, anche se, per quanto non si veda una luce alla fine di questo tunnel, la Rete è essere mutevole e volubile, che potrebbe cambiare drasticamente da un giorno all'altro riducendo i social a giganti dai piedi d'argilla.



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